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Nella ma città adottiva si muore.

Nella mia città adottiva si muore di morte violenta. Italiani uccidono immigrati, immigrati uccidono italiani, immigrati si uccidono tra loro, italiani si uccidono tra loro.

Ieri un egiziano di 20 anni è stato ucciso con una coltellata da un sudamericano, probabilmente della stessa età, per un pestone dato su un autobus. La vittima aveva appena conquistato il permesso di soggiorno. Posso solo immaginare la sua felicità e soddisfazione per avercela fatta. Non oso invece immaginare i suoi ultimi pensieri.

C’è una cattiva aria in giro. E non sono le polveri sottili.  Le principali responsabilità non possono che essere di chi governa su questa città, oramai da lungo tempo. E sembra destinato a continuare. Perché forse alla maggior parte di chi vive nella mia città adottiva va bene così.

I Milanesi, qualunque sia la loro origine, ammazzano al sabato questo si sa.

E mentre chiudo questo post nero, mi chiedo cosa scriverebbe oggi Scerbanenco di questa Milano multietnica, impazzita, volgare e arrogante.

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Penso di non essere più in grado di scrivere un tema. O qualcosa di simile, ovvero un testo di media lunghezza, articolato, con un’introduzione un corpo e una conclusione.

Detta meglio: ritengo di non essere più in grado di esprimermi come quando ero al liceo.

L’ultimo acuto l’ho messo a segno con la tesi di laurea, di cui tutto sommato vado abbastanza fiero. Ma poi…il nulla.

Anni di lavoro passati a preparare presentazioni in power point, dove bisogna esprimersi per slogan, dire poco per dire tanto e viceversa, rincorrere i bullet point, aggiungere le clip art e le animazioni.

Oppure brevi, noiose e tecniche relazioni. O ancora riassunti di riunioni o call conference. Il tutto sempre ovviamente stringato e con gli immancabili bullet point.

Si aggiunga a a tutto questo una non naturale propensione a scrivere (la grafomania non abita da queste parti) ma il bisogno di allenarsi per riuscirci ed eccoci arrivati, più o meno, al titolo. Ovvero ecco una cosa che ho dimenticato “come si fa”.

E non è l’unica né sarà l’ultima. Diciamo che è quella che ho messo a fuoco oggi, tra una corsa sul tapis rullant (che non si scriverà così ma non ho voglia di controllare) e uno starnuto.

Nuove coordinate

Stavolta davvero ho pensato di chiuderlo

Inutile, tanto non ci scrivevo più. Tanto tutto oramai passa da Facebook. Non seguo più i vecchi amici, anche se qualcuno l’ho rincontrato su FB.

Poi la decisione di farci qualcosa di diverso. Di aprire dei capitoli, dei contenitori in cui metterci dentro delle cose. Con un certo ordine, con una certa logica, con un certo spirito.

Scriverò poco e nessuno verrà qui a leggere. Ma sarà ancora un modo per lasciare che qualche parola, e con essa qualche emozione o ricordo o impressione o sensazione, vaghi libera nella Ragnatela.

A new beginning

Mentre in Italia parliamo di nani e ballerine in volo verso la Sardegna, il resto del mondo va avanti…

Get Quiet

Oggi sono andato ad informarmi per andare in palestra e sono rimasto sconvolto da quanto fosse esagitata la tizia che mi doveva vendere l’abbonamento.
Mi ha praticamente ubriacato di numeri e percentuali irreali e alla fine neanche lei capiva più nulla.

Se mi iscriverò non sarà per le doti commerciali della tizia, ma per quel briciolo di amor proprio che mi suggerisce che, forse, questo fisichino lo dovremmo rimettere in sesto per l’estate.

Strana la sensazione di questi ultimi giorni prima di lasciare il vecchio lavoro e, assieme a lui, tutto un mondo e un certo modo di lavorare.
E’ un misto di euforia, leggerezza, soddisfazione…c’è di tutto. Anche una buona dose di orgoglio per una sorta di rivalsa verso il modo in cui sono stato trattato.
E poi c’è sempre quella piacevole paura che ti prende quando stai per affrontare qualcosa di nuovo e con molte incognite, ma pur sempre qualcosa che ti sei scelto tu, liberamente.
Quindi eccomi qua, in attesa che questi ultimi giorni passino, in fretta ma non troppo in fretta per ritrovarmi poi di fronte un mondo nuovo.
E intanto mi godo questi giorni….e riapro le stanze del Dolphin Hotel

Araba Fenice

Sento che dovrei scrivere qualcosa, qualcosa per evitare la morte di questo blog da tempo abbandonato a se stesso. E nonostante la mia colpevole assenza, qualcuno ogni tanto passa di qua.
Vorrei trovare il modo di far rinascere questo blog dalle sue ceneri, come l’Araba Fenice.
Ma non trovo il modo. Non trovo l’ispirazione o anche più semplicemente un nuovo filo conduttore per dare un senso a tutto questo.
E’ da tempo immemorabile che non posto alcuna nuova canzone con testo e accordi (e dio solo sa da quanto non prendo in mano la mia chitarra). E’ da parecchio tempo poi che non posto un video del venerdì.
E non è solo questione di tempo, che è sempre poco, o del fatto di essere “distratto” da Facebook, ma credo più di stimoli.
Avrei voglia di rinnovare tutto, grafica, stile.
Alcune cose sono cambiate ultimamente, altre stanno per cambiare. Forse da tutto questo scaturirà un poco di linfa vitale per il Dolphin hotel.

Per il momento e per chi ancora, per sbaglio o per affetto, passa di qua, sappiate che Capitan Mongozo c’è ancora e prima o poi risorgerà dalle sue ceneri