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Archive for the ‘Manoscritti’ Category

          “Mi porti dei curiosi bignè, per favore”

          “Va bene. Dei curiosi bignè per il signore”

 

Chissà come saranno, questi curiosi bignè…

Già si pregustava un dessert ai massimi livelli di goduria alimentare. Saranno senz’altro ripieni di cioccolato, pensava, magari anche con della panna sopra. Sì, saranno senz’altro goduriosi!

          “Signore, ecco i suoi curiosi bignè”

 

Ma cos’è sta roba? Effettivamente non è che l’aspetto invogliasse molto a mangiarli.

Il primo da destra era vestito come un motociclista harley, con tanto di gilet di pelle e barba lunga. Quello in mezzo aveva il copricapo da indiano. Quello sulla sinistra sembrava un operaio appena uscito da un cantiere.

E no, non erano in Village People.

E io che dovrei fare? Mangiarli? Si chiese il signore.

          “Sei un perdente!”, disse il bignè harleysta

          “Guardati, fai proprio pena”, aggiunse con certo piglio il bignè indiano

          “Ma perché non ti rintani sottoterra e sparisci dalla nostra vista”, chiosò infine il bignè operaio (no, non era il presidente operaio)

Ma io vi schiaccio! Urlò il signore, afferrando contemporaneamente la forchetta ed il cucchiaio.

Ma non potè portare a termine il suo folle gesto che un’altra voce risuonò alle sue spalle

          “Infermiera, presto! Dei calmanti per il paziente della stanza 208”

          “Ma chi? Emanuele?”

 

(Borellino delle Fratte, sec. XXI – I racconti del Cane Alsaziano)

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Si sta dirigendo proprio verso di me. Si non ci sono dubbi, sta venendo qui. Ma perché? Chi lo conosce? Che vorrà?

“E’ lei che ha ordinato una pizza Bismark?”

“No guardi, credo stia sbagliando persona, io non la conosco né ho mai ordinato alcuna pizza”

Ma quando arrivano gli altri, così andiamo a farci questo benedetto aperitivo e mi tiro fuori da questa imbarazzante situazione.

“Scusi, ma lei non è Capitan Mongozo?”

“..sì..ma..che c’entra..”

E adesso questo come fa a sapere chi sono? Non siamo mica in una puntata di Lost! Oddio me ne voglio andare..

“Va bene scusi, ci sarà stato un errore. Arrivederci, mi dispiace, ma..”

“Spiace di più a me. E’ proprio lei che stavo cercando, sì, proprio lei. Ha idea di cosa sta rifiutando?”

“Una pizza e una scocciatura, mi pare”

“Sicuro che non vuole dare un occhiata dentro il cartone?…Solo un occhiata, che cosa le costa?”

Boh, in effetti, se cosi poi si leva di torno. Ma che figura mi sta facendo fare…nel bel mezzo della piazza…

“Ok vedo”

Come se stessi giocando a poker…e in un certo senso..

E’ un attimo. Neanche me ne accorgo. Chiudo gli occhi per la paura e li riapro.

Sono sotto un arcata della Porta di Brandeburgo. No, non è possibile….

D’istinto mi nascondo dietro una colonna. Spero che nessuno si sia accorto di me.

Vedo sfilare sfarzose carrozze attraverso l’arcata centrale. Ufficiali in alta uniforme ed elmetto a punta, raffinate dame della più pura aristocrazia….volti radiosi.

No, non è possibile….

Ed infine eccolo, tronfio, coi suoi lunghi mustacchi, il cancelliere Bismark fa il suo ingresso trionfale in Unter den Linden: è’ lui che tutti aspettavano!

Una mano mi tocca la spalla. Resto pietrificato. Provo a voltarmi. E’ l’uomo della pizza.

“Glielo avevo detto che valeva la pena di dare un occhiata dentro al cartone…”

(Borellino delle Fratte, XXI sec. d.C. –I Racconti del Cane Alsaziano)

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e riflettei sul mondo

e su di me

sdraiato su di un lato

quello destro

parole dette per caso

ma vere e sentite

parole ascoltate

con grande gioia

non si è inutili

fintanto che qualcuno

aspetta il nostro avvento

e riflettei sul mondo

e su di me

sul mio ruolo

in questa commedia

ruolo assegnato, ma non chiesto

ruolo assegnato, ma pur sempre interpretato

come ho voluto io

e riflettei sul mondo

e su di me

sul mio ego

sulla mia volontà

di indirizzare le cose

dove desidero

sul mio rendermi conto

che non è possibile

e tuttavia

ottenere qualcosa

e riflettei sul mondo

e su di me

e il fumo e il vino

mi inebriavano

e riflettei sul mondo

e su di me

e mi sentii

vivo e presente

(Borellino delle Fratte, sec. XXI – Le poesie del Cane Alsaziano)

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“Gastòn, salsa Roquefort al tavolo cinque!!!!!!”

“Subito, vado!!”

 

Gastòn lavorava come cameriere nel bistrò di suo zio a Saint Germain, proprio davanti alla chiesa.

Gli piaceva quel mestiere: indossare la camicia bianca e il cravattino nero gli procurava un certo piacere e quando si guardava di sfuggita negli specchi del locale si trovava bellissimo.

Gastòn, il conto. Gastòn, può portarmi altra acqua. Gastòn, un caffè, per favore.

Tutti lo chiamavano, tutti lo cercavano…anche se non era il factotum della città!

Ma quello che più lo riempiva di gioia era quando gli chiedevano di portare ad un tavolo la ciotola con la salsa Roquefort. Allora arrivava volteggiando e con estrema maestria scodellava la pregiata salsa nel piatto dell’avventore di turno.

In queste occasioni lo zio lo guardava sempre con aria bonaria, domandandosi tuttavia cosa cavolo ci trovasse di così divertente nella salsa Roquefort. Fino a quel giorno, in cui tutto cambiò.

 

La perfezione dei gesti di Gastòn ebbe una momentanea interferenza e la salsa finì sul cappotto della avvenente signorina al tavolo 11, anziché nel suo piatto. Quel che avvenne dopo non posso dirlo per intero, ma vi assicuro che la suspence ci fu davvero. Lo zio lo rimproverò più e più volte per tutto il pomeriggio, mortificandolo davanti a colleghi e clienti. Gastòn sentì il mondo crollargli addosso e la disperazione conquistò il suo cuore.

Quando, a tarda sera, il bistrò chiuse, non se ne andò a casa. Aspettò che tutti fossero usciti e poi, di nascosto, rientrò nel locale attraverso la porta sul retro. Sgattaiolò in cucina, frugò tra le stoviglie e trovò il pentolone contenente la salsa Roquefort: con un gesto dal forte valore simbolico, si rovesciò sul capo l’intero contenuto e cadde a terra privo di sensi.

 

L’indomani mattina, quello che gli occhi del lavapiatti videro fu un ammasso di salsa Roquefort dalle sembianze vagamente umane, che si muoveva ed emetteva dei versi. Il lavapiatti gridò con tutto il fiato che aveva in gola, allorché Gastòn si destò di soprassalto e iniziò a gridare pure lui, spaventato a sua volta.

Poi corse fuori in strada, come impazzito, seminando il panico tra le persone che passeggiavano placidamente in Saint-Germain…….la leggenda dell’Uomo Roquefort ebbe inizio.

 

(Borellino delle Fratte, XXI sec. d.C. –I Racconti del Cane Alsaziano)

Altri racconti sull’Uomo Roquefort, qui.

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Plick.

Un’altra goccia su di lui. Un altro pezzo della sua vita stava svanendo.

Plick.

Oramai non è rimasto quasi più nulla di lui. Lentamente, sotto la pioggia incessante, l’Uomo Roquefort si stava sciogliendo. Lui che aveva terrorizzato le notti dei parigini, sagoma indefinita dalle sembianze umane ma ricoperta di crema Roquefort, stava scomparendo per sempre.

Plick.

Chissà quali pensieri nella sua mente. Forse stava rivedendo il film della sua vita, si dice così di solito, di chi sta morendo in fretta avendone la consapevolezza. Oppure ripensava allo stupido modo con cui si era fatto catturare. Sì, perché se lo avevano preso era soltanto colpa sua. Di un suo attimo di debolezza, altrimenti quell’idiota di agente speciale americano non lo avrebbe mai catturato. Ne era certo.

Plick.

Rivedeva quegli attimi davanti ai suoi occhi in maniera molto nitida. La fuga dall’Opera, giù di corsa fino ad incrociare Rue de Rivoli e poi il Louvre e poi giù nella Metrò. E la gente terrorizzata che si scansava al suo passaggio. E Ted Manzone dietro, ad inseguirlo, già in affanno – “Mangia meno hamburger Yankee” pensava in quel momento, con disprezzo autentico. Fermata di Saint-Sulpice, rapida salita delle scale, attraversamento della piazza, con l’obiettivo di raggiungere il suo rifugio segreto dietro l’Odeon. Tutto secondo programma. Tutto come sempre.

Plick.

E invece…passando a lato della chiesa Lo vide, e rimase come pietrificato dal Suo sguardo severo. Lui così austero lo fissava da dietro la vetrata, sagoma scura apparsa dagli abissi del tempo e della fede: l’Abbè de Saint Sulpice. Per la prima volta nella sua vita, l’Uomo Roquefort ebbe paura, una fottuta paura che gli impedì di fare anche un solo, piccolo, insignificante, passo.

Plick.

E fu così che Ted Manzone lo raggiunse e lo catturò. Lo voleva consegnare alla autorità parigine e farsi bello, lui yankee nella terra degli altezzosi francesi. Ma iniziò a piovere e l’Uomo Roquefort lentamente si sciolse, senza lasciare alcun segno del suo passaggio terreno….

Plick.

(Borellino delle Fratte, XXI sec. d.C. – I Racconti del Cane Alsaziano)

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La guardò uscire dal portone del palazzo. Lui era fermo, immobile, alla finestra. Aspettò che si voltasse, come faceva sempre, quindi la salutò con una mano e con un sorriso. Lei rispose al saluto, con la mano. “Chissà se avrà notato il sorriso”, si chiese.  Tutti i giorni vedeva molta gente e molta gente vedeva lui. Ma nessuno lo guardava. Soltanto lei. Lei sì che lo guardava, e anche bene. Una volta al mese veniva, lo guardava, gli sorrideva dolcemente e poi iniziava a tagliargli i capelli. Senza dire nulla.

“Credo di essermi innamorato di lei”, sospirò osservando la parrucchiera salire in macchina. Il suo breve momento di estasi fu bruscamente interrotto dal fischio del bollitore, che gli ricordava che aveva messo su l’acqua per il tè. Stancamente e faticosamente si trascinò dalla finestra alla stanzetta adibita a bar, spense il bollitore e versò l’acqua calda nella mug di Superpippo che custodiva gelosamente sin da quando era bambino.

Si appoggiò con una mano al piccolo frigorifero e i suoi pensieri iniziarono a contare i giorni, i mesi, gli anni passati in quell’anonima filiale di Banca. Giorni sempre uguali. Senza prospettiva. Eh sì che all’inizio era stato contento.  Un contratto a tempo indeterminato. Quello che tutti sognano, lui l’aveva ottenuto quasi subito. Solo che se lo immaginava diverso, questo tempo indeterminato.

Sul volto gli comparve un ghigno amaro, mentre guardava la catena che lo teneva saldamente ancorato alla sua postazione…

(Borellino delle Fratte, XXI sec. d.C. – I Racconti del Cane Alsaziano)

solitudine.jpg

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Le pale sul soffitto continuavamo a girare. Lui le fissava ed immaginava di essere altrove, al fresco, su una spiaggia bianchissima lambita da un mare cristallino.

E invece no. Era sul suo divano di casa a soffrire il caldo, un caldo tremendo, “quest’anno sembra proprio di essere in mezzo al Sahara” disse a bassa voce. E cominciò a chiedersi come facessero mai i Tuareg a starsene nel mezzo del deserto, con quel caldo, coperti fin sopra i capelli da quelle strane tuniche blu. “Ci sarà una spiegazione scientifica”- pensò – ” non possono essere tutti matti. Se solo avessi seguito più spesso Quark forse ora avrei la risposta”.

I pensieri gli colavano giù lungo la schiena, insieme al sudore.

Si alzò e si avvicino al frigorifero. Lo aprì e si prese una lattina di Coca Cola ghiacciata.

Chiuse il frigorifero dietro di sé, si sedette al tavolino della cucina e felice come un bambino aprì la sua coke.

Tracannò la bibita in un attimo, fregandosene di quel che dicono i medici, che le bevande fredde vanno bevute a piccoli sorsi “…seee, così quando arrivo in fondo mi rimane una brodaglia calda!” mormorò tra sé e sé.

Poi accadde qualcosa di strano. Sentì un borbottio, appena accennato ma chiaramente udibile.

D’istinto si guardò la pancia: no, non c’era niente dentro di lui in subbuglio. Di nuovo quel borbottio. Guardò dentro al lavandino, ma dallo scarico niente e nessuno stava risalendo.

Ancora quel suono. Si voltò. Quel suono proveniva dal frigorifero.

Ebbe un attimo di panico.

Si ricordò di quel vecchio film sugli acchiappafantasmi … si ecco…c’era la scena in cui la ragazza apriva il frigo e vi trovava dentro quella creatura immonda risorta da un antico e misterioso passato.

Stronzate! Vediamo invece che c’è.

Apri deciso il frigo.

Una mano lo afferrò e lo tirò dentro.

Aprì gli occhi terrorizzato. Che incubo tremendo!

Il caldo, il deserto, quella strana scatola che si apre e si chiude…chissà cosa sarà mai, si chiese.

Per fortuna era a casa sua. Si vestì ed uscì all’aperto.

Che meraviglia l’aurora boreale” esclamò appoggiandosi al suo igloo….

 

(Borellino delle Fratte, XXI sec. d.C. –I Racconti del Cane Alsaziano).

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Lunedì, 15-19

Martedì, 8:30 -10:30

Mercoledì, 14:30-18

Giovedì, 15-19

Venerdì, 8:30-10:30

 

Si ritrovò nella cassetta delle lettere un foglio sgualcito con su scritti questi orari e nient’altro.

Si guardò intorno per vedere se ci fosse un foglio analogo in qualche altra cassetta, o un foglio più grande appeso da qualche parte nell’atrio, in cui magari fosse spiegato a cosa quegli orari si riferissero. Nulla di nulla.

“Sarà uno scherzo”, pensò e stava per accartocciare il foglio quando notò, nell’angolo in basso a destra, la macchia blu di un timbro. Era uno di quei timbri circolari, al centro del quale era posizionato il nome di una azienda o di una associazione o di un ente pubblico.

“Uov….Spa” era tutto ciò che si riusciva a leggere, poiché l’impronta del timbro era solo parziale.

Ma la curiosità di sapere si era già impadronita di lui. Salì in casa e si piazzò al computer.

Si sentiva come uno di quegli agenti della scientifica visti tante volte in televisione. Da un frammento di scritta voleva risalire al nome di chi aveva lasciato quel biglietto.

Aprì Google, il suo motore di ricerca preferito,  e digitò “Uov….Spa”.

Vennero fuori un mare di risultati. Non si scoraggiò, se lo aspettava. Inizio ad affinare la ricerca. Inserì il nome della sua città, gli orari indicati sul foglietto e la dicitura “società”.

Dieci risultati. “Bene” – si disse – “abbiamo fatto un buon passo avanti. Adesso vediamo i siti di questi dieci”.

Entrò in ciascuno di essi, aprì varie pagine, ricercò loghi, simboli, un bilancio o qualsiasi altro documento ufficiale pubblicato. E infine trovò ciò che cercava: “Uova di Pasqua SpA, via del Campo 11, Milano”.

Era un’azienda che produceva uova di cioccolato per una a lui sconosciuta multinazionale americana. Gli orari indicati erano quelli in cui l’azienda apriva al pubblico per una vendita promozionale di uova di Pasqua.

Oltre ad essere curioso era anche goloso. Per cui prese la sua agenda, vide quale giorno gli sarebbe rimasto più comodo e segnò: Giovedì, h 18:00, Uova di Pasqua Spa.

 

Giovedì pomeriggio era una bella giornata di primavera ed il suo umore ne era piacevolmente influenzato. Sorridente, si presentò in via del Campo 11. Cercò il campanello “Uova di Pasqua SpA”, lo trovò e suonò. Il portone si aprì.

Una signorina piuttosto carina, anche se ingessata in un vestitino a forma di uovo e con un bizzarro fiocco rosa in testa, lo accolse e lo fece accomodare in una stanza piena di uova di Pasqua. Non c’era nessun altro a parte lui, ma la cosa non lo turbò affatto.

Non fece in tempo ad allungare le mani sul primo uovo che qualcuno, alle sue spalle, lo colpì violentemente in testa, facendogli perdere i sensi.

Quando riaprì gli occhi vide tutto buio intorno e sentì un odore di cioccolato molto intenso. Era diventato la sorpresa di un uovo di Pasqua molto particolare ….

(Borellino delle Fratte, XXI sec. d.C. –I Racconti del Cane Alsaziano)

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Il telefono risuonò nella camera.

Il suono arrivò al suo cervello molto lentamente, facendosi strada a fatica nelle nebbie del subconscio, dapprima flebile, poi sempre più insistente.

Pronto?-

Ti sto aspettando –

Scusi?-

…… –

Chi parla?-

…. –

Chiunque fosse aveva riattaccato. Si tirò su e si mise a sedere sul letto. Si sentiva la testa pesante, faceva fatica a ricordarsi dove si trovasse e perché. Normale. Lo avevano svegliato in piena notte e in malo modo. Respirò a fondo, scostò le lenzuola, entrò in bagno.

Dopo essersi lavato il viso, come se qualcuno avesse premuto il tasto on, il suo cervello riprese a funzionare.

Ecco. Era in un albergo, uno uguale a tanti altri, per una questione di lavoro. Sì, il giorno dopo avrebbe dovuto incontrare quel rappresentante di cosmetici cui doveva presentare un nuovo prodotto. Avevano appuntamento l’indomani mattina alle 10:00.

I caratteri rossi e nitidi dell’orologio digitale sul comodino dicevano 03:23.

“No, non poteva di certo essere lui che mi stava aspettando.”, pensò, “Qualcuno ha sbagliato numero e poi, resosi conto dell’accaduto, ha riattaccato subito. Poteva però almeno chiedere scusa per avermi svegliato.”

Rientrò in camera camminando lentamente, si sedette sulla poltrona e accese la televisione.

Vecchi film, televendite, repliche dei programmi del pomeriggio, annunci porno-soft, una tizia che legge le carte…off. Schermo nero. Stava per rimettersi a dormire quando sentì bussare forte alla porta. Due volte.

Per lo spavento gli cadde in terra il telecomando. I suoi piedi si fermarono e si incollarono al pavimento, tutti i muscoli si erano bloccati. Cercava di non fare alcun rumore.

Una voce metallica e priva di espressione giunse dal corridoio – Ti sto aspettando –

Passarono alcuni minuti, poi i suoi muscoli riacquistarono la forza e la volontà di muoversi. Si avvicinò alla porta e guardò dallo spioncino.

Corridoio deserto.

Istintivamente aprì la porta e mise la testa fuori per vedere chi c’era, ma non scorse nessuno.

Se ne sarebbe dovuto rientrare in camera e lasciar perdere, invece richiuse la porta dietro di sé e si avviò lungo il corridoio, vestito solo del suo pigiama blu.

“Giusto così, per dare un occhiata”, si giustificò, “voglio vedere chi è che si diverte a rompere le scatole alla gente nel cuore della notte”. Girò l’angolo e arrivò nel pianerottolo degli ascensori, che era stato abbellito da due enormi vasi con dentro delle piante di cui non avrebbe saputo indovinare il nome.

Si fermò un istante.

Seduto sul bordo di uno dei due vasi c’era un vecchio.

Notò che era ben vestito, con un completo scuro, ma che non portava le scarpe. Cominciò ad avvicinarsi con passo timido. Guardandolo meglio non lo si sarebbe proprio definito un vecchio, però aveva il viso così stanco e segnato da profonde rughe che sicuramente dimostrava più anni di quanti ne avesse in realtà. L’uomo seduto, tuttavia, non si mosse, né voltò la testa per guardarlo.

-E’ lei che mi stava aspettando?- chiese.

Di scatto, il vecchio si girò e gli afferrò il polso con forza. La sua mano era gelida.

——–

L’orologio da polso segnava le 8 e 30. L’addetta alle pulizie stava finendo il consueto giro del corridoio, imprecando dentro di sé perché quello era solo il quarto e di piani ne doveva fare ancora sette. Arrivò all’ascensore, lo chiamò e attese.

Nel mentre, si accorse che c’era qualcosa per terra, vicino a quei due vasi con le piante, che a lei proprio non piacevano ma che la direzione aveva fortemente voluto mettere su ogni pianerottolo.

Guardò meglio, era un pigiama blu..

(Borellino delle Fratte, XXI sec. d.C. –I Racconti del Cane Alsaziano)

 

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Buio nella stanza.

“L’interruttore non funziona” – pensò – “Lo sapevo, era già da un po’ che bisognava cambiarlo…vabbè cerchiamo di arrivare all’interruttore del corridoio, almeno quello …”

Buio anche in corridoio.

“Immagino sia saltata la luce. Ok, calma e gesso…ma che vuol dire poi? Perché si dice? Perché uso espressioni di cui non conosco il senso?…Avessi almeno preso la lampada Beghelli, adesso ci sarebbe un bel fascio di luce…”

Entrò a tentoni nel soggiorno, si avvicinò alla finestra e sospirò per rassicurarsi…fuori era tutto buio “Avevo ragione. E’ saltata la luce. Niente di anormale”.

Accese il cellulare ed usò la luce del display per infilarsi una tuta, le scarpe da tennis e il vecchio maglione oramai logoro e oramai destinato al sempre onorevole ruolo di maglione di casa.

Sfruttando quell’unica fonte di luce (ma è mai possibile che non abbia uno straccio di pila in casa? e i fiammiferi dove diavolo saranno finiti?) uscì nel pianerottolo e scese verso la cantina.

Silenzio. E buio.

“Forse gli altri del palazzo stanno dormendo…non si saranno neanche accorti…ma perché mi sono svegliato? Sentivo quella specie di voce.. strano che non ricordi altro del sogno, però non era neanche un incubo, ne sono sicuro..”

Aprì la porta di accesso alle cantine. Un’onda luminosa lo investì in pieno.

Si riparò il volto con le mani. Dopo tanto buio una luce improvvisa può fare brutti scherzi.

Poco dopo infatti riaprì gli occhi e vide che era tutto normale, insomma non proprio normale, come mai la luce lì era regolarmente accesa e tutto intorno, nel palazzo, in casa sua era buio fitto?

Scese qualche gradino e si avvicinò al contatore quando intravide, in angolo scuro della cantina, una porta socchiusa.

“E questa? Non l’ho mai vista…non dovrebbero esserci altre porte..”

Una goccia di sudore gli calò sulla fronte e poi giù, sulla lente degli occhiali…sul momento non se ne accorse neanche, gli ci volle una frazione di secondo per realizzare che stava sudando freddo…

Sentì una voce, da dietro la porta.

“E’ la stessa di prima, quella del sogno” si disse con una sicurezza che subito si tramutò in panico.

“Don’t panic”.

In testa fece la sua comparsa quella frase, tratta da quel libro di cui ora non ricordava il titolo.

Sorrise leggermente.

Non avrebbe dovuto o voluto, ma si ritrovò a un passo da quella porta e la aprì.

Buio nella stanza.

“L’interruttore non funziona” pensò…

(Borellino delle Fratte, XXI sec. d.C. – I Racconti del Cane Alsaziano)

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