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Archive for febbraio 2010

Domani sarà il sabato del Carnevale Ambrosiano. Nei giorni scorsi il resto d’Italia ha festeggiato il Carnevale “normale”, quello del giovedì e del martedì grasso. Insomma il Carnevale, con quel che può significare…il mascherarsi, l’assumere identità altrui, il capovolgimento dei ruoli eccetera eccetera, è intorno a noi.

Io non sono uno che festeggia molto a Carnevale. Non so trovare una ragione precisa. Ma nel corso degli anni, a partire già dagli anni tardo adolescenziali, non so, mi ha preso sempre meno.

Ho però almeno un paio di ricordi del Carnevale della mia infanzia.

Uno è che stavo (quasi) sempre male. Vuoi per il freddo dell’inverno, vuoi perché una roccia non lo sono mai stato, vuoi perché sai com’è con la mamma apprensiva, insomma ero sempre mal messo.

Ma quando non ero troppo mal messo, mi mascheravo eccome. Ed eccoci al secondo ricordo: mia nonna che mi crea il costume carnevalesco. Creare ritengo sia il verbo più adatto. Lo pensava, tagliava, cuciva. Su misura. A me e mio fratello, perché dovevamo ovviamente vestirci uguali…penso per la gioia della mamma ma non ho mai indagato.

Purtroppo non ho qui con me a Milano delle foto da poter postare. Ma credetemi sulla parola. Nel mio costume da leone (roarrrr) o da Zorro (banale, ma chi non ci si è vestito almeno una volta) ero proprio un figurino!

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Nella ma città adottiva si muore.

Nella mia città adottiva si muore di morte violenta. Italiani uccidono immigrati, immigrati uccidono italiani, immigrati si uccidono tra loro, italiani si uccidono tra loro.

Ieri un egiziano di 20 anni è stato ucciso con una coltellata da un sudamericano, probabilmente della stessa età, per un pestone dato su un autobus. La vittima aveva appena conquistato il permesso di soggiorno. Posso solo immaginare la sua felicità e soddisfazione per avercela fatta. Non oso invece immaginare i suoi ultimi pensieri.

C’è una cattiva aria in giro. E non sono le polveri sottili.  Le principali responsabilità non possono che essere di chi governa su questa città, oramai da lungo tempo. E sembra destinato a continuare. Perché forse alla maggior parte di chi vive nella mia città adottiva va bene così.

I Milanesi, qualunque sia la loro origine, ammazzano al sabato questo si sa.

E mentre chiudo questo post nero, mi chiedo cosa scriverebbe oggi Scerbanenco di questa Milano multietnica, impazzita, volgare e arrogante.

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Penso di non essere più in grado di scrivere un tema. O qualcosa di simile, ovvero un testo di media lunghezza, articolato, con un’introduzione un corpo e una conclusione.

Detta meglio: ritengo di non essere più in grado di esprimermi come quando ero al liceo.

L’ultimo acuto l’ho messo a segno con la tesi di laurea, di cui tutto sommato vado abbastanza fiero. Ma poi…il nulla.

Anni di lavoro passati a preparare presentazioni in power point, dove bisogna esprimersi per slogan, dire poco per dire tanto e viceversa, rincorrere i bullet point, aggiungere le clip art e le animazioni.

Oppure brevi, noiose e tecniche relazioni. O ancora riassunti di riunioni o call conference. Il tutto sempre ovviamente stringato e con gli immancabili bullet point.

Si aggiunga a a tutto questo una non naturale propensione a scrivere (la grafomania non abita da queste parti) ma il bisogno di allenarsi per riuscirci ed eccoci arrivati, più o meno, al titolo. Ovvero ecco una cosa che ho dimenticato “come si fa”.

E non è l’unica né sarà l’ultima. Diciamo che è quella che ho messo a fuoco oggi, tra una corsa sul tapis rullant (che non si scriverà così ma non ho voglia di controllare) e uno starnuto.

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Nuove coordinate

Stavolta davvero ho pensato di chiuderlo

Inutile, tanto non ci scrivevo più. Tanto tutto oramai passa da Facebook. Non seguo più i vecchi amici, anche se qualcuno l’ho rincontrato su FB.

Poi la decisione di farci qualcosa di diverso. Di aprire dei capitoli, dei contenitori in cui metterci dentro delle cose. Con un certo ordine, con una certa logica, con un certo spirito.

Scriverò poco e nessuno verrà qui a leggere. Ma sarà ancora un modo per lasciare che qualche parola, e con essa qualche emozione o ricordo o impressione o sensazione, vaghi libera nella Ragnatela.

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