Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for settembre 2007

Non è e non sarà una rubrica fissa, semplicemente volevo postare un videoclip speciale quest’oggi.

Speciale perchè la canzone che ascolterete la mettevano sempre al Big House, il locale di Albany (la capitale dello stato di New York) dove andavo insieme ai miei “compagni di campus” italiani, europei, indiani e taiwanesi. Dopo anni di ricerca per sapere il titolo di questo benedetto brano finalmente l’altra sera l’ho visto passare su Mtv e….non vi dico la gioia per averlo riacciuffato!!

“Come on Eileen” sarà per sempre legata ai miei giorni americani che non torneranno più….

Dexy’s Midnight Runners – Come on Eileen

Read Full Post »

Plick.

Un’altra goccia su di lui. Un altro pezzo della sua vita stava svanendo.

Plick.

Oramai non è rimasto quasi più nulla di lui. Lentamente, sotto la pioggia incessante, l’Uomo Roquefort si stava sciogliendo. Lui che aveva terrorizzato le notti dei parigini, sagoma indefinita dalle sembianze umane ma ricoperta di crema Roquefort, stava scomparendo per sempre.

Plick.

Chissà quali pensieri nella sua mente. Forse stava rivedendo il film della sua vita, si dice così di solito, di chi sta morendo in fretta avendone la consapevolezza. Oppure ripensava allo stupido modo con cui si era fatto catturare. Sì, perché se lo avevano preso era soltanto colpa sua. Di un suo attimo di debolezza, altrimenti quell’idiota di agente speciale americano non lo avrebbe mai catturato. Ne era certo.

Plick.

Rivedeva quegli attimi davanti ai suoi occhi in maniera molto nitida. La fuga dall’Opera, giù di corsa fino ad incrociare Rue de Rivoli e poi il Louvre e poi giù nella Metrò. E la gente terrorizzata che si scansava al suo passaggio. E Ted Manzone dietro, ad inseguirlo, già in affanno – “Mangia meno hamburger Yankee” pensava in quel momento, con disprezzo autentico. Fermata di Saint-Sulpice, rapida salita delle scale, attraversamento della piazza, con l’obiettivo di raggiungere il suo rifugio segreto dietro l’Odeon. Tutto secondo programma. Tutto come sempre.

Plick.

E invece…passando a lato della chiesa Lo vide, e rimase come pietrificato dal Suo sguardo severo. Lui così austero lo fissava da dietro la vetrata, sagoma scura apparsa dagli abissi del tempo e della fede: l’Abbè de Saint Sulpice. Per la prima volta nella sua vita, l’Uomo Roquefort ebbe paura, una fottuta paura che gli impedì di fare anche un solo, piccolo, insignificante, passo.

Plick.

E fu così che Ted Manzone lo raggiunse e lo catturò. Lo voleva consegnare alla autorità parigine e farsi bello, lui yankee nella terra degli altezzosi francesi. Ma iniziò a piovere e l’Uomo Roquefort lentamente si sciolse, senza lasciare alcun segno del suo passaggio terreno….

Plick.

(Borellino delle Fratte, XXI sec. d.C. – I Racconti del Cane Alsaziano)

Read Full Post »

Una vera perla

Visto per la prima volta al Milano Film Festival, ma non inedito, il videoclip di “Spremuta di Minchia” di Ciprì & Maresco…

B-E-L-L-I-S-S-I-M-A

Read Full Post »

Come promesso, vi allego un paio di commenti su due dei corti visti venerdì sera che più mi sono piaciuti.

Matthew Walker (Great Britain) – John and Karen – 2007, 16.9, 3′

Un cartone tenerissimo, disegnato a mano. Lui è un enorme orso polare, lei una piccola pinguina. Lui va a casa di lei per scusarsi di essere stato scortese (affermando che lei non sa pescare bene!). I due personaggi sono molto espressivi ed il contrasto tra orso e pinguina è molto efficace. La riconciliazione finale (mi piacerebbe andare al cinema, mi accompagni?) avviene sorseggiando tè e mangiando biscotti.

Delizioso

Mikal Kosakowski (Austria) – Just like the movies – 2006, DV, 21′

New York. La vita frenetica della città, dall’alba al tramonto e oltre. La vita frenetica sconvolta dall’11 settembre, gli aerei, lo schianto, il fumo, la gente che si butta dalle torri. Il tutto utilizzando solo ed esclusivamente materiale di altri film ambientati a New York (ma non solo) e più o meno catastrofici (da “Il maratoneta” a “Indipendence Day”, passando per “Vanilla Sky” e “Ghostbusters”), quindi nessuna ripresa reale. Bella l’idea e la realizzazione, però un pò troppo “asettico” e lungo, 5 minuti in meno avrebbero migliorato il mio giudizio finale.

Comunque questo è stato il vincitore della 12a edizione del Milano Film Festival……anche se io non sono molto d’accordo!

Read Full Post »

Come promesso, anche prima del previsto, eccomi qui a raccontarvi alcuni dei corti che più mi hanno colpito, dopo averne visti all’incirca 35. Riusicrò a vederne soltanto un altro gruppo domani, poi per impegni vari dovrò rinunciare agli altri. Oh, ragazzi, è bello ma impegnativo andarsene tutte le sere della settimana alle proiezioni delle 20:30 e delle 22:30. Comunque grazie a Nandina e al Mago, facendo gruppo siamo riusciti a spronanrci un pò.

Dunque eccovi le mie impressioni (non è una classifica) …

 

 

Jean-Gabriel Pèriot (France) – Nijuman No Borei (200.000 phantoms) – 2007, 35mm, 10′
hiroshima.jpg
Questo corto racconta la storia della città di Hiroshima, e quindi dell’esplosione atomica e di tutto quello che essa significò per l’umanità, attraverso le fotografie dell’edificio simbolo della città dalla sua costruzione (inizi ‘900) ad oggi, passando ovviamente per la sua quasi totale distruzione nel 1945. La particolarità è che le foto, ora in bianco e nero ora a colori, vengono sovrapposte una sull’altra sempre tenendo fissa l’immagine del palazzo e della sua inconfondibile cupola. Il tutto sottolineato da una musica molto suggestiva, solo voce e piano.

Poesia.

 

 

Charlotte Blom (Norway) – Kokos (Coco-nuts) – 2006, 35mm, 10′
kokos.jpg
Un corto surreale e divertentissimo. La protagonista entra in un locale/fabbrica di palline di cocco con una sua amica. Le due parlano delle pene d’amore della protagonista per un ragazzo che lavora proprio in quella fabbrica (ma lei, questo, ancora non lo sa). La particolarità del film è che alterna momenti parlati a momenti quasi da musical e, quando la protagonista riporta le parole del suo amante, parla con la voce da uomo! Il tutto inframezzato dall’intervista al proprietario della fabbrica/locale che racconta dei suo tentativi di esportare le sue palline di cocco in capo al mondo. E’ previsto il lieto fine

Ah, l’amour.

 

 

 

Neil Jack (Scotland) – Ujbaz Izbeneki has lost his soul – 2006, Digibeta, 6′
Corto di animazione. Il protagonista arriva all’inferno al cospetto di Lucifero (?) , per essere registrato e collocato nel più appropriato girone (eh si, perché la burocrazia non conosce confini). Però….il protagonista ha perso i suoi documenti, oltre che la sua anima. Ma non è proprio proprio colpa sua, è che lui perde le cose (“I lose things!”), tanto che alla fine si perde pure il custode degli inferi!

Diabolico.

 

 

 

Christoph Rainer (Austria) – Drake – 2006, Super16mm, 5′
drake.jpg
Tramonto rosso fuoco. Le silhouette dei protagonisti si stagliano su una collina. Sono una coppia con un bambino, giunti in macchina. Si fermano, la bellezza del momento e del paesaggio necessita una foto. Il padre (presumiamo) piazza il cavalletto, la madre (presumiano) e il bambino sono in posa sul cofano, si imposta l’autoscatto, il padre corre per entrare nella foto, ma…..no, non scatta…il padre si muove per controllare e ops, scatta la foto. Da rifare. Una, due volte. Il bambino poi si scoccia e non ne vuol più sapere, la madre lo comprende, il padre no…lui si è fissato che vuole fare la foto e finisce col prendere a calci e pugni il resto della famiglia “ribelle”. Il tutto, badate bene, sempre con queste figure nere proiettate contro il cielo rosso…e senza dialogo. Finale? La donna e il bambino se ne vanno con l’auto, mentre il provetto fotografo li rincorre a piedi.

Romanticismo?

 

 

 

Markus Dietrich (Germany) – Outsourcing – 2006, 16mm, 6′
outsourcing.jpg
Ma la mamma è davvero così indispensabile? Il suo lavoro di casalinga e il suo affetto possono essere misurati e confrontati con quanto costa avere tutto questo? E ci si può accorgere che conviene “esternalizzare” questo costo per far quadrare il bilancio familiare? Si parte con una famiglia a colazione stile mulino bianco e si finisce con la madre cacciata perché non è un investimento conveniente, come dimostra la figlia sciorinando dati e mostrando grafici in excel sulla sua performance. Il tutto reso in maniera leggera e surreale.

Geniale.

 

 

Ben Mor (USA) – Help is Coming – 2006, 16mm, 8′
helpiscoming.jpg
Corto di denuncia su tutto quello che NON è stato fatto per aiutare la gente povera di New Orleans, dopo il passaggio dell’uragano Katrina nel 2005. Tre ragazzini di colore, con indosso le maschere di Bush, Cheney e (credo) il sindaco di New Orleans, si aggirano per le strade della città devastata, di cui nessuno si è voluto occupare in maniere seria. I ragazzini arrivano ad un ponte e gettano giù qualche bottiglia con poca acqua e qualche scatola di alimenti vuota….come dire, ecco gli aiuti che abbiamo ricevuto.

Indignazione (anzi no, incazzatura)

 

Spela Cadez (Germany) – Liebeskrank (Lovesick) – 2007, 35mm, 8′
liebeskrank.jpg
Altro corto di animazione. Si può curare il mal di cuore e asciugare le lacrime? Si che si può, ma non bisogna affidarsi alle cure di un medico che ha studiato da Frankenstein, basta lasciarsi andare quando si incontra la persona giusta…

Tenerezza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Read Full Post »

Milano Film Festival

 milano-film-festival.jpeg

Dopo essermi ripreso dai postumi dei festeggiamenti, sabato scorso, per i 30 anni della mia dolcemetà, da ieri sera ho iniziato la maratona Milano Film Festival.

Giunto alla sua 11esima edizione, questo festival di cortometraggi si è via via sempre più ingrandito e quest’anno, oltre ai corti, prevede anche un concorso per lungometraggi, concerti e dj set, un omaggio a Ciprì e Maresco e tanto altro ancora. Qui il programma per darvi un’idea di cos’è il Milano Film Festival.

Se siete di Milano (penso a Matteo e Danzalo) vi consiglio di farci un salto.

Read Full Post »

 

Esattamente 10 anni fa, il pomeriggio del 14 Settembre 1997, salivo sull’interregionale Ancona – Milano e, dopo circa 5 ore, scendevo all’ombra della Madonnina. Il giorno dopo avrei incominciato l’Università, avrei iniziato una nuova vita, quella vita che mi ha portato qui, oggi, a scrivere queste poche righe.

Che cosa mi spinse, allora? Provo a ripensarci, dall’alto dei miei dieci anni in più. C’era sicuramente la voglia di uscire di casa, la voglia di “avventura”, il desiderio di “scoprire il mondo” (perché se vieni da Jesi, Milano è il mondo), di cambiare, la speranza di conoscere nuove persone e trovare magari l’Amore. Sì, e anche l’idea che in qualche modo stavo facendo qualcosa per garantirmi un futuro (“..e mi raccomando fatti un futuro”, mi scrissero i miei compagni di staff sul retro di una foto di gruppo al termine dell’ultimo campo dei lupetti – stiamo parlando del mondo scout per chi non conoscesse il gergo – in cui avevo prestato servizio).

 

Oh, ma non era mica tutto “toda joya toda beleza”. Avevo anche paura. Di non farcela, di fallire, di dovermene tornare indietro con la coda tra le gambe. E poi era tutto diverso, tutto più grande, tutto nuovo. Era difficile (ma anche divertente) mandare avanti una casa. Era difficile (ma non divertente) faticare a fare amicizia.

Capii subito che non ero nei giri giusti. Non ero uno dei “milanesi”. Non ero uno dei “brianzoli”. Non ero uno dei “bergamaschi”, o dei “bresciani”. Allo stesso tempo non potevo fare parte della grande famiglia degli “emigrati pugliesi”, piuttosto che degli “emigrati siculi”, che subito si trovavano e si intendevano.

Io ero un marchigiano. Un battitore libero. Che la gente neppure sa dove stanno le Marche! (se oggi, grazie alla mia opera di proselitismo, qualcuno in più sa dove sono…beh ne sono lieto).

Eppure ne trovai, di conterranei. Prima il mio coinquilino anconetano, poi il mio vicino di casa jesino, poi (più tardi) mio fratello….in quello stabile di Viale Bligny ci fu, in un certo periodo, una concentrazione di marchigiani per kilometro quadrato che neanche nella nostra regione!!

 

Comunque qualche amico all’Università lo trovai, qualche amico che ancora oggi mi porto dietro, e di questo sono molto felice.

Mi sono goduto la vita universitaria? In parte. La mia natura molto ligia al dovere mi ha spesso frenato, le notti folli sono state ben poche, forse il periodo più vivo è stato quello durante il semestre negli Stati Uniti….perchè va bene studiare e cercare di finire in tempo, però…eccheccazzo sei in un campus internazionale, smuoviti!

 

Oggi toglierei la dicitura “in parte”. Io ho fatto e mi sono goduto l’unica vita universitaria che avrei potuto: sono fatto in un certo modo e le cose non sarebbero potute andare in altra maniera se non così.

Poi c’è stata la mia prima storia affettiva seria. Una storia che mi ha accompagnato negli ultimi anni di università, fino alla laurea. Dandomi tanto, ma togliendomi anche molto, facendomi rischiare di perdere amici e, soprattutto, di perdere un po’ me stesso. Non è questa la sede per parlarne o per fare un bilancio. Ne parlo in quanto è una parte, comunque importante, di questi ultimi dieci anni.

 

E poi l’Università finì. E il mondo del lavoro mi aspettava.

Ma prima di parlare di questo, non posso non dedicare un pensiero ai dieci mesi di servizio civile, svolti a cavallo della tesi di laurea, nel mitico ufficio contabilità della Soprintendenza al patrimonio storico artistico e demoetnoantropologico della Lombardia, in quel di Brera. Lì ho vissuto un periodo intenso, carico di emozioni, sicuramente tormentato ma anche esaltante: la fine dell’università, la fine della mia storia e la sbornia seguente, i primi passi nel mondo del lavoro. E soprattutto ho conosciuto persone che mi hanno dato tanto: qualcuna la vedo ancora ora, qualcun’altra l’ho persa perché le nostre strade, a conti fatti, si sono rivelate in tutta la loro diversità.

Ed è comunque grazie ad un amico conosciuto a Brera, se ho poi incontrato la mia dolcemetà.

 

Dove ero rimasto? Ah ecco dunque, il lavoro. Faccio oramai da 5 anni quasi tondi tondi (altra ricorrenza simbolica) questo strano mestiere che è il Consulente Aziendale, sempre nella stessa piccola società. Oasi felice, ma anche (oramai) stretta. Come scritto in un post tempo fa, sono alla ricerca di altro, soprattutto perché vorrei dare una nuova svolta alla mia vita, professionale ma non solo.

Bene, per chiudere questo strano amarcord non resta che parlare della mia dolcemetà, last but absolutely not least.

Come accennato sopra, me la fece conoscere un mio amico conosciuto durante il servizio civile. L’occasione? La visione de “Il signore degli Anelli – Le due torri”. Non è molto romantico? E vabbè. Se vi aggiungo che mi colpì perché canticchiava “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers” (un pezzo di De Andrè) che dite?

Comunque il bello sarebbe venuto qualche mese più tardi, quando avremmo condiviso (ma non eravamo solo noi due) l’ “Interrail degli anziani”. Sì perché l’Interrail solitamente uno lo fa a 18 anni, noi invece si era un’allegra combriccola di 25-27 anni. Galeotta fu Amsterdam, ma aiutarono senz’altro anche Vienna, Berlino e Copenaghen.

Questo avveniva poco più di 4 anni fa. Da allora ho sempre più scoperto, apprezzato ed amato questa giovane donna senza cui, ora, mi sentirei perso.

E sempre in questi giorni, precisamente domani 15 settembre (e guarda tu il caso!), cade il nostro primo anniversario di convivenza!

Ma no parlateci di matrimonio! Al massimo di DICO!

 

Bene, neanche me ne sono accorto, ma ho ripercorso in un attimo i miei primi dieci anni milanesi. Resta solo un ultima cosa da ricordare: l’affetto di tutti coloro che ho lasciato giù a Jesi e che ancora oggi, ogni volta che vado, non me lo fanno mai mancare.

 

E adesso, come ti senti? Cambiato? Diverso da 10 anni fa?

Dipende.

Alcune cose dentro di me, alcuni meccanismi mentali, alcune tendenze caratteriali, sono rimaste sempre le stesse. Ma non solo le stesse di 10 anni fa. Le stesse di quando ero bambino! Cioè, io sono quel che sono. E oramai lo accetto.

Altre cose, invece sono cambiate. La grande città (che poi tanto grande non è) mi ha comunque portato nuovi stimoli, ha fatto uscire fuori parti di me che non conoscevo. E immancabilmente ne ha soffocate altre che, in un altro contesto, sarebbero potute crescere.

Ma se devo fare un bilancio, sono comunque soddisfatto di come sono andare le cose fino a qui.

 

Ciò che più mi tormenta ora, è non avere un orizzonte verso cui muovermi.

Mi sento in mezzo al mare, come non mai. Vorrei lanciare un ponte, anche un misero ponte di corda, da qui ai prossimi dieci anni, per capire dove andare. Ma non è proprio possibile.

 

Dovrò imparare a navigare a vista.

Ciò che posso chiedere, al massimo, è di avere una stella polare da seguire.

Visto che sono Capitano, almeno datemi la stella polare!

 

 

PS: chi è stato bravo e ha letto fino a qui, si merita un premio. Eccovi dunque due canzoni che andavano per la maggiore in quel settembre di 10 anni fa, cui sono legato per diversi motivi.

 

La prima è “Around the world” dei Daft Punk: me la ricordo nitidamente sul dancefloor del locale dove feci la mia ultima cena prima di partire.

L’altra è “Bitter Sweet Symphony” dei Verve: quando venni a Milano per i test di ammissione all’Università, comprai questo cd singolo.

 

 

Buon ascolto.

 

Ci rivediamo tra altri 10 anni…..

Read Full Post »

Older Posts »